discarica

Rinascere da una discarica

La povertà si può vincere. Un popolo che sembrava condannato alla miseria ha ritrovato la dignità e la gioia di vivere. L’esempio di Akamasoa è importante per tutta l’Africa. Il racconto di una esperienza unica al mondo.

Articolo di Fabio Meloni e Anne Aubert, Amici di Padre Pedro onlus, Italia.

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TOJO È APPENA TORNATA DA PARIGI DOVE HA TRASCORSO DUE ANNI DI PERFEZIONAMENTO GRAZIE AD UNA BORSA DI STUDIO CHE LE HA PERMESSO DI APPROFONDIRE LA LINGUA FRANCESE. Nonostante l’offerta di lavoro ricevuta a Parigi, ha scelto di tornare nel suo paese, il Madagascar, per stare vicino al suo popolo. A 9 anni, la vita sembrava averla condannata in modo irrimediabile. Aveva visto morire sotto i propri occhi cinque fratelli e sorelle, i suoi genitori erano senza lavoro, senza soldi, senza casa. Così, insieme alle sorelle più grandi sopravvissute alla malnutrizione e alle malattie, Tojo e la sua famiglia si erano ritrovati a vivere nell’enorme discarica di Antananarivo, la capitale. Rovistavano tra i rifiuti per trovare qualcosa da mangiare e dormivano in una capanna fatta di sacchi di juta, tra montagne d’immondizia. È qui che Padre Pedro li vide per la prima volta nel 1991, neri di sporcizia, vestiti di stracci, con lo sguardo assente e il viso scavato dalla fame.

La discarica di Antananarivo è l’Inferno: montagne maleodoranti di detriti e sacchetti di plastica, ferri arrugginiti e carogne di animali. Qui ancora oggi vivono molte famiglie ed è da questo luogo che abbiamo deciso di iniziare il nostro viaggio alla scoperta di un mondo straordinario, difficile da immaginare percorrendo il Madagascar con lo sguardo lieve del turista. Incontriamo bambini che giocano tra i rifiuti, mamme che allattano, vecchi e giovani neri di fumo e di terra, intenti a cercare tra i rifiuti bottiglie di plastica o pezzi di metallo da rivendere a peso. Quando arriva un camion carico di spazzatura, le persone si gettano letteralmente sul contenuto alla ricerca di nuovi tesori. Non si potrebbe immaginare qualcosa di più lontano da una vita degna di questo nome.

È qui che venti anni fa cominciò l’avventura di Padre Pedro Opeka: era stato inviato nella capitale del Madagascar per dirigere il seminario dei padri della congregazione di San Vincenzo de Paoli, ma quando vide la discarica dominare dalle colline il paesaggio della città, decise di recarsi di persona a vedere il teatro che vi si svolgeva ogni giorno. La gente chiamava quel luogo “Beirut” per via dell’atmosfera violenta che lo caratterizzava: ci si uccideva per qualche briciola, pura lotta per la sopravvivenza.

Un’avventura coraggiosa

Padre Pedro non si limitò a guardare, si fece coraggio e cominciò a parlare con tutti coloro che incontrava, a convincerli che dovevano e potevano uscire da quella miseria e da quell’abbrutiemento. È durante una di queste sue incursioni nella “Beirut” del Madagascar che incontrò la famiglia di Tojo.

Dopo 20 anni di lavoro senza soste, gran parte del terreno un tempo coperto dai rifiuti è abitato dalla comunità di Akamasoa (“buoni amici” nella lingua locale): è l’associazione fondata dai poveri che hanno ascoltato l’appello di Padre Pedro e che hanno deciso di lottare per una vita migliore. La comunità è costituita da piccoli villaggi fatti di casette di mattoni che Padre Pedro, che da giovane è stato muratore, ha insegnato loro a costruire. Col tempo sono sorti scuole per ogni grado di istruzione, dispensari, laboratori di artigianato. Vi abitano ormai circa 17.000 persone, che sono ancora molto povere, ma che finalmente hanno ritrovato la dignità e la fiducia in un futuro migliore.

È un vero miracolo scaturito dall’opera di questo infaticabile sacerdote argentino. Nato in una famiglia di origine slovena, emigrata in Argentina dopo la Seconda Guerra Mondiale, da ragazzo lavorava come muratore al fianco del padre; da vero argentino era appassionato di football e avrebbe voluto diventare un calciatore professionista. Ma la sua vocazione lo avrebbe posto di fronte a ben altre sfide: divenne sacerdote missionario e da 40 anni vive in Madagascar, che è ormai la sua patria di adozione. Il suo rapporto con il popolo dell’”Isola Rossa” è così profondo che, in occasione dei recenti disordini seguiti al colpo di stato del marzo 2009, il suo appello per la pace sociale è stato pubblicato sui più importanti quotidiani nazionali.

Recentemente, il suo impegno a favore dei più poveri è stato riconosciuto a livello internazionale: nel 2008 la Francia lo ha insignito della Legion d’Onore e il Vaticano gli ha conferito il premio Solidarietà e Sviluppo in occasione del sessantesimo anniversario della Dichiarazione dei Diritti Universali dell’Uomo.

Padre Pedro dedica tutto se stesso all’obiettivo di restituire dignità alle persone emarginate e abbrutite dalla fame, che hanno perduto ogni autostima e ogni speranza. I pilastri della sua azione sono lavoro, educazione, salute. Perchè la vita sia degna di questo nome, ogni uomo ha bisogno di un lavoro retribuito, di ricevere un’istruzione e l’assistenza sanitaria di base. Si mattoni, ghiaia per le strade e altro ma-rendere più produttivo il lavoro. tratta di principi semplici, ma difficilissimi da realizzare in un Paese in cui le infrastrutture pubbliche sono quasi inesistenti.

Perché una famiglia possa entrare a far parte della comunità, gli adulti devono impegnarsi a lavorare secondo le proprie capacità e a mandare i propri figli a scuola. In cambio, avranno un tetto e i servizi che Akamasoa può offrire: medicine, ambulatori per cure di emergenza, aiuto durante i parti, assistenza alle persone anziane non più autosufficienti. Il rispetto delle regole è sorvegliato scrupolosamente, perché un sistema di regole efficaci è il solo modo per ricostruire la dignità delle persone e permettere al senso di comunità di sostituire la lotta per la sopravvivenza. L’associazione accoglie in primo luogo donne abbandonate con figli a carico, famiglie senza mezzi di sostentamento e malati. [...]

 

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(ottobre 2009)

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