Biografia

Pedro Pablo Opeka è nato il 29 giugno 1948 in Argentina, a San Martín, periferia di Buenos Aires, una terra di accoglienza senza frontiere. Suo padre, Luis Opeka, e sua madre, Maria Marolte, sono sloveni. Nel 1945 Luis Opeka, noto per le sue convinzioni cristiane, è arrestato dai comunisti di Tito e condannato alla fucilazione (il regime di Tito in Jugoslavia obbligava i cristiani a rinnegare la loro fede. Molti di essi si sono autoesiliati in Argentina). Riesce a scappare e a raggiungere l’Italia, dove conoscerà Maria, sua moglie, prima di partire per l’Argentina.

Pedro è cresciuto nelle strade di una periferia di Buenos Aires. A sei anni, il giorno di Venerdì Santo, sua madre lo vede uscire con una spada di legno:

“Dove vai?”
“Vado a cercare quelli che hanno ucciso Gesù”.

Tutto l’essere di Pedro è teso verso la giustizia e la verità. Luis, suo padre, è muratore. La vitalità di Pedro bambino lo induce a portarlo con sé sui cantieri nei giorni in cui non c’è scuola. Impara il mestiere…

Entra come convittore presso i Padri lazzaristi. Prende gusto allo studio, al calcio e al Vangelo. La personalità di Gesù lo affascina, l’amore verso i più poveri, la vita semplice lo attraggono.

Trova un’eco della sua vita in quella di san Vincenzo de’ Paoli. Gli anni della formazione continuano e confermano la chiamata sentita a quattordici anni: sarà prete…

Per i suoi vent’anni, nel 1968, va ad approfondire la sua formazione a Ljubljana, nella Slovenia jugoslava, terra di sogno e di una eccezionale bellezza naturale, la terra dei suoi genitori. Ma molto presto il suo entusiasmo si smorza nell’uniformità cachi di un comunismo che tollera appena i cattolici. Rode il freno. Due anni sono sufficienti. Domanda ai suoi superiori una pausa e un viaggio in Madagascar dove lavorerà come muratore… nelle parrocchie lazzariste. Arriva alla convinzione che sarà missionario, ma non vuole tornare a finire i suoi studi a Ljubliana. Andrà a Parigi… all’Institut Catholique.

La sua passione per il calcio farà di lui uno dei pilastri di una squadra nella periferia parigina. Argentino, eroe della squadra, conquisterà la prima pagina di un giornale sportivo nel 1974…

Incontra la comunità di Taizé, viaggia in tutta l’Europa…

Il 28 settembre 1975, a Buenos Aires, è ordinato sacerdote. Viene subito inviato in Madagascar, parroco a Vangaindrano, sulla costa sud-orientale dell’isola. Comincerà ad agire. Le idee di Dom Helder Camara lo affascinano. Crea delle comunità di base dove si condividono la parola e le decisioni… Vangaindrano è una zona molto povera. Pedro non esita, va fra gli emarginati. Lavora con loro nelle risaie con cinque giovani missionari sloveni: Janez, Rado, Jankc, Tone e Rok. Per lottare efficacemente contro la povertà, bisogna dare l’esempio. Coltellaccio in mano, fango sino alla vita, lavorano il riso, lottando contro i topi e i batteri… Le febbri debilitano Padre Pedro, che è costretto a diversi ricoveri in ospedale.

Nel 1989, grazie ai suoi buoni risultati con i giovani, i superiori lo chiamano ad Antananarivo per la formazione dei seminaristi. Con il cuore a pezzi lascia la boscaglia. Un’altra storia sta cominciando. Pedro non può restare indifferente davanti agli emarginati disseminati nella capitale. Senza il sostegno di nessuno, solo di qualche amico, apre il dialogo con gli emarginati nelle strade di Antananarivo, mostrando loro rispetto.

Comincia cosi un lungo lavoro di coscientizzazione perché ricuperino poco a poco la loro dignità di esseri umani. Dietro alla fatalità dell’emarginazione, Padre Pedro ha visto l’essere ferito di queste famiglie, di questi bambini. Malgrado le violenze, gli scoraggiamenti, i fallimenti, questo lungo lavoro di pazienza, di abnegazione e di umiltà ha portato i suoi frutti.

Oggi Akamasoa fa vivere quasi ventimila persone, novemila bambini, di cui settemila scolarizzati, cioè quasi quattromila famiglie. Padre Pedro, il figlio del muratore di Buenos Aires, è riuscito progressivamente ad aiutarli a costruire le loro case, le loro scuole, i loro dispensari, i loro laboratori di formazione e di produzione.

Sono stati creati posti di lavoro, grazie alle cave di pietre e di ghiaia, ai laboratori di artigianato e di ricamo, a un laboratorio di compostaggio accanto alla discarica per esaminare, suddividere e setacciare i detriti, ai lavori agricoli e di costruzione (muratori, carpentieri, falegnami, manovratori, selciatori). Migliaia di famiglie hanno imparato a rivivere in comunità, interrompendo definitivamente il circolo infernale della povertà. Genitori al lavoro e bambini scolarizzati hanno finalmente trovato un futuro al prezzo di un coraggio e di una perseveranza fondata sulla condivisione, l’amore e il rispetto per l’essere. Là dove hanno fallito i programmi politici, il programma del cuore ha avuto successo, il programma dell’amore ha fatto sgorgare l’acqua nel deserto di queste vite spezzate.

Queste persone hanno ricuperato le regole della vita comunitaria: il rispetto per gli altri, l’igiene, la partecipazione ai compiti e alle riunioni collettive.

 

Estratto da:

Abbé Pierre, Padre Pedro
Per un mondo di giustizia e di pace
A cura di Anne e Daniel Facérias
Editorial Jaca Book SpA, Milano, Giugno 2005
[pag. 150-153]

 

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